Hamnet
Da quando abito a Roma, mi sono accorta che fotografo di più le famiglie. La mia galleria è piena di scatti così. C’è nell’aria un senso di famiglia che mi tranquillizza, e non è una sensazione che ho ritrovato spesso in passato.
L’altro giorno mi sono divertita ad ascoltare una bambina con il suo papà durante un pranzetto. Lei gli raccontava di Willy Wonka e della Fabbrica di Cioccolato. Il papà si fingeva interessato, ma era anche dolcissimo nel modo in cui le dava attenzioni. Ho capito che è divorziato dalla mamma, ma passava in secondo piano perché sembravano felici.
La bambina, che credo si chiami Elena, a un certo punto gli ha detto, all’improvviso:
‘‘Voglio fare un lavoro e inventare le cose.’’
Ho sorriso subito. Com’è possibile che le parole migliori escano proprio dalla bocca dei bambini? Succede sempre così.
Sabato scorso ho visto Hamnet al cinema. Che dire, mi ha avvolta. A un certo punto non sapevo se uscire dalla sala perché faceva troppo male, ma non volevo portarmi quell’emozione a casa, e così sono rimasta. Mi sono lasciata avvolgere.
Ultimamente andare al cinema non è più una passeggiata per me. Mi dico: ‘‘La prossima volta sceglierò un film leggero’’. Ma puntualmente torno sui miei passi, e i film non sono mai leggeri.
Hamnet, per chi non l’avesse ancora visto, è un film potente, pieno di vita e di morte. È un film da vedere ‘‘a cuore aperto’’.
Mi ha fatto venire voglia di essere madre, di essere forte, di vivere la natura, di continuare a ricercare l’indipendenza. L’indipendenza è una parola che ritorna spesso nei miei discorsi. E non è quella economica che considero davvero indipendenza. È l’indipendenza del pensiero, dei sentimenti.
Proprio la prima scena del film si apre con Agnes che richiama a sé un falco per dargli da mangiare. Mi ha fatto tornare in mente quando il mio papà tornò a casa con un falco ferito a una zampa, o forse a un’ala, non ricordo bene, e per diversi giorni rimase con noi, nella nostra casa, in garage, legato alla rampa della scala. Ogni volta che scendevo o salivo avevo così tanta paura e curiosità insieme che passavo di corsa, velocissima, ma anche entusiasta.
Papà si prese cura di quel falchetto. Poi arrivò il giorno di lasciarlo andare. Ricordo ancora quando lo abbiamo fatto volare via. In quel momento papà mi ha insegnato due cose: prendersi cura e libertà.
Non ricordo cosa abbiamo fatto subito dopo. Ma volendolo immaginare, sono salita sulle sue spalle e siamo tornati a casa, ridendo.








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